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20 maggio 2007

Al Comune di Reggio Calabria Vota Scarfone




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20 maggio 2007

Vota Scarfone al Comune




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12 febbraio 2007


 

  

Domani, sabato 10 febbraio, dalle ore 10,30

presso l’area archeologica <<Griso-Laboccetta>>

di via Del Torrione

Omaggio alla targa alla martire delle foibe

Norma Cossetto

ed approfondimento storico con i cittadini.

Interverranno esponenti della CdL.





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19 gennaio 2007

In Memoria di un Camerata che combattè il comunismo in Cecoslovacchia "JAN PALACH"

"Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della
rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la
coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a
bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1,
è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi
esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale
delle forze d'occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno
esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non
darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e
illimitato, una nuova torcia s'infiammerà".
Sono queste le parole scritte sul diario di Jan Palach,eroe della resistenza
anti-sovietica in Cecoslovacchia e subito diventato anche eroe di tutto "l'anti-
comunismo"...era solo un ragazzo di 21 anni che ha sacrificato la sua vita per
servire le sue idee e per conquistare la libertà del suo Popolo e della sua
Nazione.
Oggi a te è rivolta la nostra memoria.

JAN PALACH, PRESENTE!!!




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18 gennaio 2007

Prodi e la finanziaria delle frodi.....Adesisci anche tu alla Finanziaria di Arsenico Prodi detto Lupin!!!




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18 gennaio 2007

Memoria a Quattrocchi "Così muore un Italiano" con Calipari sei l'Orgoglio della nostra Nazione a NOI!!!




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18 gennaio 2007

L'unione fa coglioni 2007 prodi fassino




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18 gennaio 2007

AAAaaaaaaaahhhhhhhhh......4 risate...




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6 gennaio 2007

Prodi al Motor Show di Bologna altro che motori e corone d'allori....i fischi coprivano il rombo delle Auto......




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6 gennaio 2007

Se oggi tutto questo è possibile ringraziamo i 25000 coglioni e buon 2007 con questi nuovi buoni auspici....




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6 gennaio 2007

Sfogo di Berlusconi a Confihdustria




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6 gennaio 2007

La Coerenza di Prodi.....credete ancora in lui!!!!




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6 gennaio 2007

Le Balle del Governo Prodi




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6 gennaio 2007

Prodi Uomo del KGB :Intervista a Guzzanti



Prodi uomo del KGB: intervista a Guzzanti

Litvinenko: intervista a Guzzanti

Alexander Litvinenko, ex tenente colonnello dei Servizi segreti sovietici e russi, è stato avvelenato ed è in fin di vita. L’ex ufficiale viveva esule a Londra ed era amico della giornalista Anna Politkovskaja (uccisa da un killer in questo autunno) e consulente del senatore Guzzanti per la Commissione Mitrokhin. Litvinenko si è sentito male dopo aver bevuto un tè con l’aggiunta di tallio (radioattivo inodore e insapore), nel corso di un incontro con un altro consulente della Mitrokhin, Mario Scaramella. L’ex tenente colonnello russo è noto per un intervento del deputato britannico Batten, che nell’aprile 2006 aveva invocato un’inchiesta del Parlamento europeo su Romano Prodi. Il video dell’intervento di Batten -con traduzione- è consultabile su internet (su www.youtube.com: digitare “Batten Prodi”). Nel mezzo di questo intrigo internazionale, Romano Prodi ha dato un calcio definitivo ai Servizi segreti "amici degli americani". Si chiude così la stagione della delegittimazione di Pollari & Co. Le persone scelte sono di fede democratica, ma il fatto stesso che Prodi dichiari di aver scelto uomini "fuori dalle cordate" induce a pensare ad altro. Inoltre, una delle nuove nomine è legata a Nomisma, e un altro è consulente del ministro Parisi. Ecco l’intervista al senatore Paolo Guzzanti.

L’assassinio della Politkovskaya, l’avvelenamento di Litvinenko, accusatore del nostro presidente del Consiglio, attentati contro di lei e il suo ex collaboratore Scaramella. Cosa sta succedendo? Non sarebbe necessaria una Commissione parlamentare di inchiesta?
Alexander Litvinenko è stato per quattro anni il mio più importante informatore segreto per il lavoro della Commissione Mitrokhin, specialmente per quanto riguarda la continuità fra vecchio Kgb e nuovi servizi segreti russi. Era anche un ottimo collaboratore della Politkovskaya.

Prima di sentirsi male, era a colloquio con Mario Scaramella?
Sì, ma Scotland Yard e il giudice inquirente hanno stabilito che l’avvelenamento è avvenuto prima dell’incontro con Scaramella in un sushi bar. Dovrebbe trattarsi di tallio, messo in una tazza di tè. Scaramella era andato a Londra perché molto preoccupato per la sua sicurezza. Nella sua città, a Napoli, c’era stata una serie di episodi anomali ai suoi danni… effrazioni, furti strani. Lui vive nel terrore: io da oltre un anno ho una scorta di secondo livello, quella assegnata all’ambasciatore di Israele per capirci, ma lui non ha nessuna protezione.

Si può parlare di un caso Prodi?
Al parlamento europeo Prodi ha già subito un pesante attacco. La fonte era il generale russo Trofimov. Quando Litvinenko decise di andare via dalla Russia, nel 2000, chiese informazioni a Trofimov, che era un suo superiore, ma anche un amico. Trofimov gli disse: “Non andare in Italia, perché pullula di uomini del Kgb e c’è - in posizione eminente - il nostro uomo Romano Prodi”.

La qual cosa è stata ribadita a Bruxelles dal deputato inglese Gerald Batten…
Infatti… Poi anche da un eurodeputato estone. Se un importante membro dei Servizi russi nel 2000 dice che il presidente della Commissione di Bruxelles è un loro uomo, si capisce lo stato in cui si trova l’Unione Europea…Queste dichiarazioni vennero rilasciate anche a Scaramella ma, per correttezza, le avevo segretate perché non accompagnate da dati certi…

Sono semplici dichiarazioni, certo. Anche i pentiti non provano ma parlano, e i processi si fanno lo stesso.
Litvinenko aggiungeva che Prodi aveva anche rapporti di affari col Kgb. Infatti anche io - con la Mitrokhin - mi sono imbattuto nel fatto che Nomisma a Mosca aveva lavorato con l’Istituto Plekanov, che era la branca economica del Kgb ma non era certo una ONG, e si occupava persino delle graduatorie per entrare nel balletto del Bolshoi. Inoltre Prodi come presidente della Commissione europea ha sempre fatto valere le ragioni della Russia, per esempio nei confronti della Polonia… Ma senza una pezza di appoggio non ho potuto né voluto procedere oltre… Poi se Litvinenko muore è un altro paio di maniche. Ma io spero che sopravviva, perché ha ancora altro da dire.

Si riuscirà a spezzare il silenzio, sia in Parlamento sia sulla stampa?
Ho appena sentito un suo collega del “Corriere della Sera”, però solo a livello di cronaca: appena si dice - guardate che il Litvinenko di cui vi state occupando è lo stesso che ha parlato d’Italia e di Prodi…- il discorso e gli occhi si chiudono.

E in Parlamento?
Vedremo di fare un’interrogazione. Io non ho più la disponibilità né la possibilità legale di desecretare il documento di Litvinenko. Spero che Litvinenko sopravviva e confermi.

E Trofimov?
E’ stato ammazzato un anno fa, con la moglie. La stampa autoaccecata subito parlò di un regolamento di conti di affaristi mafiosi. Litvinenko da Londra fu chiaro: “Ma quale mafia russa! La mafia russa non si sognerebbe mai di sparare a un generale dei Servizi segreti”.

E’ da cretini pensarlo e scriverlo…
Infatti. Intanto tutto quel gruppo - persone che si conoscevano e collaboravano - è stato distrutto in un modo drammatico, dalla Politkovskaya a Trofimov. Io mi preoccupo per i miei cari, non per me, e darò comunque il mio contributo per la verità.

Da "L'Opinione" di oggi
Redactor2 ora è in linea   Rispondi Citando

Vecchio 29-11-06, 18:16   #2
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Predefinito Re: Prodi uomo del KGB: intervista a Guzzanti

Sul caso del colonnello russo La Repubblica e i grandi giornali scrivono le loro pagine peggiori

Litvinenko e la disinformatija italiana
di Paolo Della Sala

La Repubblica guida il coté disinformativo, il resto della truppa si limita a tacere, presentando il caso del colonnello Litvinenko come una spy story dal sapore esotico. Il ruolo di Repubblica/Pravda è grave. Non cito a caso il nome del quotidiano del partito comunista sovietico accanto a quello del quotidiano fondato da Scalfari. Entrambi pretendono di raccontare la verità (“pravda” significa “verità” in russo), entrambi hanno avuto successo. Tuttavia La Repubblica continua a essere apprezzato dai benpensanti del nostro Paese, mentre il quotidiano russo venne presto irriso dai suoi lettori, che lo accomunavano a un altro giornale del partito, HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Izvestija&action=edit" o "Izvestija" Izvestija facevando circolare il proverbio “Nella verità non ci sono notizie e nelle notizie non c'è verità”. Anche nell’Italia di questi mesi può valere una simile definizione: “Nella Repubblica non c’è verità, e La Repubblica non è nella verità”. Oggi il giornale diretto da Ezio Mauro accusa la Mitrokhin, parlando di polonio 210. Come se Caino accusasse Abele di averlo assassinato.

Il giornale di Scalfari era andato all’attacco pubblicando un’intervista di due anni fa, una manovra di disinformacjia, che aveva lo scopo di spostare su Berlusconi il dito accusatorio, dimenticando di dire di cosa Litvinenko stava discutendo con gli italiani: delle rivelazioni su Prodi. E’ un caso di silenzio volontario come non si vedeva dai tempi del fascismo. Chi ha rivelato che il Presidente del Consiglio veniva ritenuto vicino al regime comunista viene ucciso, e Repubblica parla solo di Russia e di Berlusconi. A noi non interessa sapere se l’ipotesi di Trofimov (ucciso anche lui), riferita da Litvinenko a Scaramella, corrisponda al vero. Tuttavia chiediamo al lettore: se Litvinenko avesse accusato Bush e alcuni settori del partito repubblicano di essere legati al vecchio potere sovietico, la stampa americana se ne sarebbe occupata ampiamente sì o no? E’ questo il nocciolo della questione. Il fatto è che in Italia è successo proprio questo, solo che nessuno parla e, anzi, si accusa chi ha provato ad accusare. Inoltre non si può pensare a Litvinenko e al suo gruppo, come a dei semplici profittatori, dal momento che hanno pagato tutti con la vita. Noi siamo convinti dell’innocenza di ogni indagato, fino a prova contraria, ma non apprezziamo affatto il silenzio omertoso della nostra informazione, che peraltro va contro gli stessi interessi degli esponenti della sinistra.

A noi non interessa sapere se le cose stanno come dice Guzzanti o come dice Scalfari. Non è nemmeno importante sapere se la Commissione Mitrokhin ha lavorato bene o se è stata bloccata da paure, veti, inconsistenza. E’ il silenzio dei media, dal Corriere della Sera a Radio Radicale, l’aspetto grave di questa vicenda. La stampa ha toccato l’apice il 28 novembre, con un abbraccio mortale col governo. Il ministro degli interni Amato ha dato disposizioni a polizia, carabinieri, finanza e al nuovo Sisde ritargato giusto in tempo, di verificare “un eventuale coinvolgimento di uomini del Sisde nelle attività che ruotarono attorno alla Commissione Mitrokhin”. E’ un atto da Stato di polizia. In effetti sarebbe stato commendevole e auspicabile un coinvolgimento di tutto il paese nell’accertamento della verità. Invece si accusa la Mitrokhin di aver indagato sugli esponenti di sinistra. In che direzione avrebbe dovuto indagare? Arriva subito il rilancio delle Quinte colonne: il Prc si appella ai presidenti delle Camere; il ministro Pecoraro parla di “scandalo”; il Pdci chiede che Guzzanti si dimetta da senatore. Repubblica dedica una pagina intera a questa deviazione della corretta informazione, senza dare nessuna voce alle repliche di Guzzanti.

Il caso Litvinenko non è l’unica evidenza negativa: la stampa globale e di sinistra continua a fabbricare un mondo che non c’è: si accusano gli americani per Guantanamo e nel contempo non si dice all’opinione pubblica italiana che i francesi hanno fatto una strage in Costa d’Avorio. Si parla male di Sharon mentre il Chavez delle stragi del 2001 è un santo. Le tremende immagini delle decapitazioni e delle torture dei cristiani in Indonesia non arrivano. Si parla di missioni di pace in Libano ma nel Darfur, dove sono morti 200.000 “negri” per mano dei gruppi salafiti legati al Sudan e all’Arabia saudita binladista, non c’è nessuna missione di pace, così Veltroni e D’Alema tacciono come pesci morti.

aleph
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Predefinito Re: Prodi uomo del KGB: intervista a Guzzanti

Caro Redactor 2,
hai proprio ragione, la situazione è triste e difficile. La cosa più grave a mio avviso è che ormai tutti quelli (giornalisti, sedicenti opinionisti, politici etc) che stanno facendo gli interessi di fondamentalismi islamici, servizi segreti ostili etc, non sono al "soldo" di chicchessia ma purtroppo credono che sia una giusta causa. Peggio, ci credono col cuore, si identificano nella causa, vi "appartengono". Altro che passione politica, qui abbiamo a che fare con gente che si gioca l'identità e quindi la sopravvivenza. Questo è il fallimento della politica, della diplomazia, della democrazia e della ragione. Se non riusciremo a spezzare questa catena di fondamentalismo razionale emergerà sul serio il vecchio sistema di soluzione dei problemi, la forza. E questo grazie anche ai "pacifisti". Che tristezza.
aleph Non in Linea  




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4 dicembre 2006





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4 dicembre 2006





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4 dicembre 2006





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4 dicembre 2006





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4 dicembre 2006





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4 dicembre 2006





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4 dicembre 2006





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15 luglio 2006


La Stampa europea scomunica il parroco Prodi

Salutato dalla stampa inglese come l'uomo giusto per la Ue, ha confermato presto la fama che si era guadagnato in Italia, l'Economist si ricrede del giudizio positivo espresso 5 anni fa e al pari del The Times definisce Prodi un «nuovo Nerone» e il Daily Telegraph vede praticare una filosofia europea molto facile: più soldi e più potere. La stampa iberica non è da meno: «Al Profesor le gusta el poder», sostiene, rammentando a Prodi l'errore di calcolo, fatale, che un anno prima gli costò Palazzo Chigi. Forattini fa scuola a Londra Il passato di Prodi è una vera miniera d'oro per la stampa inglese, che da ampio risalto alla dubbia vendita degli alimentari di Stato e alle consulenze di Nomisma sull'Alta velocità. Le infiltrazioni mafiose negli appalti della Tav, denunciate in un libro dal senatore ed ex magistrato Ferdinando Imposimato (Sdi), riscuotono tale interesse sul Times da costringere il portavoce del Professore, Riccardo Franco Levi, a intervenire: «Accuse insensate». Ma il Times non demorde: nella sua versione domenicale del 24 ottobre fa un corrosivo ritratto di Mr Clean - perfida allusione alle sue promesse di trasparenza nel discorso di insediamento europeo -, ricordando la munificenza ricevuta da George Soros, quando ne era consulente, denunciando, in un'accurata ricostruzione di patrimonio e reddito del Professore, che l'Ase, società fondata con la moglie nel '93, non sarebbe stata denunciata al fisco, e soffermandosi sull'interrogatorio di Antonio Di Pietro ai tempi di Tangentopoli. Disposto ad accettare lo stupore inglese nell'apprendere che il dossier Mithrokin e la scoperta che tra le fila dell'Ulivo c'erano sospetti agen ti del Kgb non l'hanno smosso di un passo, Prodi decide di negarsi alla stampa inglese, che non lo cerca più di tanto, quando il Sunday Times fa sua la caricatura di Giorgio Forattini e gli affibbia il nickname (soprannome) "The Priest". Nella prima intervista rilasciata, proprio al Times, di lì a poco, avvisa i lettori che intende querelare il loro giornale e li sollecita a non perdere il treno europeo. Quale effetto abbiano sortito le sue parole si è visto pochi giorni fa, quando Blair ha parlato di referendum sulla Costituzione europea.




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15 luglio 2006


LEGGETE BENE E CAPIRETE CHE GRANDE “ECONOMISTA” E’ ROMANO PRODI E COME FUNZIONA LA GIUSTIZIA IN ITALIA !!!!!!!

Prodi voleva "svendere" ma si processa, purtroppo, Berlusconi

Da: www.lapadania.com 31-01-2003
Nome remoto: 62.211.156.99
Data: 03.02.2003

Commenti

SME / Il presidente Ue voleva cedere per 4 soldi, ma si processa Berlusconi

Prodi svende, ma non paga

di Mauro Bottarelli

ROMA - Il processo sulla fallita cessione della Sme negli anni ’80 che si celebra in questi giorni a Milano è per molti versi surreale. Sul banco degli imputati c’è il presidente del Consiglio in carica. Tra i testimoni vi sono il suo predecessore (ora vicepresidente della Costituente europea) e il premier del ’96 (ora al vertice dell’Europa). Tre premier per un unico dibattimento che rischia di passare agli annali come la caricatura più efficace della “rivoluzione giudiziaria italiana”. La fotografia più chiara di che cosa sia stata la stagione di Tangentopoli. Per capirlo basta esaminare i fatti. Dietro la sigla “processo Sme” c’è la storia della mancata vendita della holding alimentare dello Stato, la Sme appunto, alla Buitoni, ai tempi di Carlo De Benedetti. Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, firmò un accordo di vendita con De Benedetti per 393 miliardi. Il premier Bettino Craxi si oppose perché giudicava il prezzo irrisorio. Negli stessi giorni un’altra cordata avanzò una proposta economica più vantaggiosa. Della cordata facevano parte imprenditori del settore come Barilla, Ferrero e la Fininvest dell’amico di Craxi, Berlusconi. Il ministro delle Partecipazioni Statali ordinò di valutare le nuove offerte. De Benedetti cercò di far valere in giudizio il suo preaccordo. Prodi e Amato, sia nel 1985 sia oggi (al di là delle loro “amnesie” largamente tollerate dal presidente del processo), ammisero che senza autorizzazione governativa il precontratto non poteva essere valido. Il giudice Filippo Verde sentenziò l’inefficacia dell’accordo. Gli altri gradi di giudizio confermarono. Fine? Neanche per sogno. I pm milanesi sostengono che la sentenza fu comprata da Berlusconi. Non si spiega, però, che vantaggi ottenne la Fininvest. Chi ne beneficiò fu lo Stato che dalla vendita della Sme (ad altri, nel ’93) incassò duemila miliardi in più. Il reato imputato al Cav. appare del tutto cervellotico. Da qui i diffusi imbarazzi anche negli ambienti più giustizialisti. Che preferiscono concentrarsi sui comportamenti processuali di Cesare Previti, cercando di svicolare sul merito della vicenda. Cerchiamo di ripercorrerla per sommi capi, avvalendoci anche della ricostruzione cronologica compiuta dal sito di Rai News 24. Il 19 luglio 1986, una sentenza della prima sezione del tribunale civile di Roma apre il caso. Il contratto per la cessione della Sme, la finanziaria alimentare nelle mani dello Stato, alla Buitoni di Carlo De Benedetti è sostanzialmente nullo. La privatizzazione di uno dei bocconi più appetibili della presenza pubblica nel economia italiana prende un’altra direzione. Quindici mesi prima, il 29 aprile del 1985, l’allora presidente dell’Iri (poi presidente del Consiglio e attuale presidente della Commissione europea) Romano Prodi e il presidente della Buitoni avevano trovato un accordo: Buitoni acquistava la partecipazione dell’Iri nella Sme per 497 miliardi di lire (256 milioni di euro di allora). E’ un passaggio chiave che conclude un’operazione iniziata da De Benedetti un anno prima. Con un’audace colpo di scena, l’ingegnere dell’Olivetti ha bruciato sul tempo i francesi di BSN Gervais Danone, sicuri si avere l’affare in tasca grazie all’appoggio di Mediobanca, e si è assicurato la Buitoni. Un gruppo la cui situazione finanziaria non è fiorente ma che già a fine ’85 metterà a bilancio un attivo di 448 milioni di lire rispetto ai forti passivi del biennio precedente e che conta su un fatturato consolidato di 1176,6 miliardi di lire. Il disegno di De Benedetti è semplice quanto ambizioso: creare un polo alimentare italiano privato, di dimensioni tali da poter rivaleggiare con i grandi concorrenti stranieri, cedendo eventualmente alcuni brand con un abile spezzatino azionario. Buitoni punta la Sme per questo: con 3mila miliardi di lire di fatturato e 18mila dipendenti, Sme controlla marchi di prestigio come Cirio, Motta Alemagna, Bertolli, Charms, Sanagola. Offre accesso al settore alimentare ma anche della distribuzione (GS supermercati) e della ristorazione (Autogrill). Un progetto che non può non ricevere avvallo politico per andare in porto vista la portata in termini strategici e di quote di mercato. L’accordo Prodi - De Benedetti, tuttavia, contiene una clausola - trappola per l’Ingegnere: l’esecuzione del contratto dipende dall’ok del Cda dell’IRI, che arriva il 7 maggio ’86 “salvo l’autorizzazione dell’autorità di governo”. Ma il 24 maggio arriva all’Iri un’altra proposta di acquisto della Sme: la presenta l’avvocato Italo Scalera, che non rivela il committente, e la cifra offerta è maggiore, 550 miliardi. Appena 3 giorni dopo, il 27, il Comitato Interministeriale per il coordinamento della Politica Industriale delibera a favore della privatizzazione della Sme e detta le condizioni per la sua cessione: garanzia della non alienazione a gruppi stranieri della partecipazione “per un congruo numero di anni”, rispetto dei programmi di investimento e dei livelli occupazione definiti dal governo. Inizia una settimana cruciale per l’avvenire della Sme, che in Borsa viene sospesa a più riprese dalla Consob: dal 29 maggio al 6 giugno l’Iri riceve 3 nuove offerte per la Sme. La prima è della Iar: una società costituita da Barilla, Ferrero, Berlusconi e Conservitalia. La seconda è della Cofima, società di imprenditori campani guidata dal napoletano Fimiani. La terza è della Lega delle Cooperative. Scalera esce di scena. Il 6 giugno, il ministero delle Partecipazioni statali chiede all’Iri di approfondire tutte le offerte ricevute e di comunicare il suo orientamento entro il 13 giugno. Il 13, il Cda Iri si riunisce e scrive al ministro delle Partecipazioni statali Clelio Darida, sollecitandolo: “la mancanza di espresse determinazioni” del ministero non rendeva di per sé applicabile il principio del silenzio-assenso, il governo doveva pronunciarsi con direttive precise. «La pioggia di offerte per la Sme ci mise in crisi - racconterà 15 anni dopo lo stesso Darida - Questa storia, infatti, nasce da un errore di Prodi sul quale si cumulò un errore mio come ministro sorvegliante: dovevo subito dirgli di no. Invece all’inizio pensammo, sbagliando, di poter vendere una finanziaria come la Sme a trattativa privata». Fu davvero un errore? Una colpevole manchevolezza di sottostima? Se così fosse la fama di manager di Prodi ne uscirebbe a pezzi (e non si capirebbe il successo comunque ottenuto in futuro). Ma la questione è ormai politica: da una parte la sinistra DC di De Mita, che vuole cedere la Sme alla Buitoni, dall’altra il Psi del presidente del Consiglio Bettino Craxi e di Giuliano Amato, che preferiscono vendere alla cordata Berlusconi-Ferrero-Barilla vista l’enorme differenza a favore dello Stato dell’offerta da loro avanzata. «Amato mi rappresentò che Craxi era irritatissimo - racconterà ancora Darida - Ma Amato è persona gentile e non usò mai toni intimidatori, che comunque io non avrei accettato. In realtà, mi disse anche che Craxi proponeva una commissione parlamentare di indagine sulla Sme: e questo non è quanto di più piacevole nei rapporti tra un ministro e il suo presidente del Consiglio. Infine Craxi mi scrisse che, se si fosse creato un conflitto istituzionale tra lui e me, il ministro avrebbe dovuto dimettersi». A Darida non resta che agire: il 15 giugno il ministro delle Partecipazioni statali firma un decreto che cambia la procedura di silenzio-assenso «in materia di autorizzazioni per la cessione di partecipazioni da parte degli enti di gestione». Ovvero, per vendere la Sme ci vuole un esame comparato delle offerte presentate. IL trucco è svelato. Il 20 giugno 1985 la Buitoni contrattacca, visto che l’affare sta sfumando. De Benedetti chiede al tribunale di Roma il sequestro cautelativo delle azioni Sme in mano all’Iri. Il 24 giugno 1985 si consuma un altro affondo di Buitoni, che chiede al Tar del Lazio di sospendere l’efficacia del decreto Darida. IL 25 giugno 1985 il tribunale di Roma respinge la richiesta di sequestro delle azioni Sme. IL 10 luglio 1985 anche il Tar dà torto a De Benedetti, respingendo la richiesta di sospensiva del decreto Darida. I legali dell’Ingegnere decidono allora per l’attacco frontale, e il 19 luglio 1985 citano l’Iri davanti al tribunale di Roma: chiedono che sia dichiarato valido il contratto firmato da Prodi e De Benedetti per l’acquisto della Sme. L’11 dicembre 1985 il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giuliano Amato, e il presidente dell’Iri, Romano Prodi, affermano in un comunicato congiunto che il documento firmato con Buitoni era un’intesa preliminare, non un contratto vero e proprio vincolante per le parti. Manca, infatti, l’autorizzazione del ministro. 13 marzo 1986, sentenza della Corte di Cassazione: sulla vicenda Sme è competente il tribunale civile e «si deve convenire nell’assunto della Buitoni che non esisteva e non esiste disposizione di legge che preveda il potere di autorizzazione nei confronti dell’Iri (fatta eccezione per le partecipazioni ex Egam)». Un punto a favore di De Benedetti, dunque, anche se la palla passa la tribunale di Roma, che dovrà dire «se all’esigenza di autorizzazione ministeriale ai fini dell’esecuzione del contratto si debba riconoscere natura di condizione pattizia». Ovvero, se il via libera del governo alla cessione della Sme sia indispensabile. IL 19 luglio 1986 la prima sezione del tribunale civile di Roma dà ragione all’Iri: non si può attribuire all’intesa del 29 aprile 1985 «valore di proposta contrattuale, posto che essa non costituiva (...) per nessuno dei firmatari manifestazione di impegno negoziale e lo stesso ingegner De Benedetti dichiara in detto documento una semplice disponibilità a procedere al rilievo delle azioni Sme». Di più, «il fatto che non vi sia stato un definitivo incontro di volontà fra IRI e Buitoni non sembra quindi imputabile all’IRI». Prodi, d’altra parte, raggiunto l’accordo con De Benedetti, si «era impegnato a sottoporre con il proprio parere favorevole all’approvazione del Cda l’operazione, subordinando comunque la conclusione del contratto alla preventiva autorizzazione dell’autorità governativa». De Benedetti, naturalmente, ricorre in Appello, ma nel marzo 1987 anche la sentenza di secondo grado gli dà torto: presupposto del contratto definitivo per la cessione della Sme è l’autorizzazione del governo. Secondo i giudici del tribunale di Roma, infatti, l’IRI, come tutti gli altri enti di gestione, è destinatario «degli indirizzi programmatici vincolanti espressi dall’autorità di governo attraverso CIPE e CIPI». Per vendere la Sme, ci vuole quindi l’ok dell’esecutivo. Storia finita? NO, una vicenda paradossale che continua tutt’oggi: con qualche protagonista in meno davanti ai giudici e qualche estraneo in più alla gogna. Anche questa è giustizia.

 




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15 luglio 2006


Prodi e IRI

 

Dalla coalizione di De Mita , Scaflari e Maccanico , espressione di poteri consolidati politici e giornalistici nacque l’ imposizione di Prodi alla presidenza dell’ IRI , ciò anche su volere dell’ allora PCI, ai fini di contrastare la linea anticomunista e riformista di Bettino Craxi.

Prodi per sette anni guidò l’ IRI con una cascata di rilevanti privilegi per il proprio gruppo “Nomisma” la sua società bolognese specializzata in consulenze.

Al termine di questi sette anni il patrimonio dell’ IRI risultò dimezzato per la cessione di importanti gruppi quali Alfa Romeo e FIAT passando da 3.959 a 2.102 miliardi.

Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.

Prodi era abile, nel riuscire a prendere soldi dallo Stato a costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino (sul «Giornale»), nel quale rileva che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione  dalla data di nascita dell’IRI, Prodi ne ottenne ben 17.500!

Prodi vantò utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985). La falsità politica di Prodi verrà alla luce. La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, chiarì le menzogne: «Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto per il 1985, sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrispondeva a una perdita di 980,2 miliardi.

Lo stesso D’ Alema durante un intervista rilasciata a Enzo Biagi affermò che Prodi era “ uomo competente “ da lui personalmente scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi.

Questo è l’uomo che ha portato l’Italia in Europa, senza aver preparato il Paese al cambio di moneta, affermando che il Paese era pronto. In realtà, il passaggio all’Euro ci ha messo in ginocchio.

Questo, (purtroppo) è l’uomo che si propone come alternativa di Berlusconi alle prossime politiche del 2006.

 




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15 luglio 2006


Compra al massimo e vende al minimo: è questa la regola del prof. Prodi,

quando tratta affari col denaro pubblico

 

9 maggio 2005

La regola più importante, per il dirigente di una azienda (privata o pubblica), è cercare di “spuntare” (come si dice in gergo) il prezzo più basso quando si compra e quello più alto quando si vende. Ma con il pubblico amministratore Romano Prodi, a sentire i suoi avversari politici, sarebbe avvenuto esattamente il contrario: con il risultato, davvero singolare e tutt’altro che edificante per chi ha amministrato e vuol continuare ad amministrare denaro pubblico, di “comprare al massimo e vendere al minimo”. Le dure critiche degli uomini del centrodestra al leader delle sinistre-Ulivo si riferiscono alla sua attività di presidente dell’Iri (nei lontani anni della prima Repubblica) ed a quella di presidente del Consiglio (in anni recenti della seconda).

 

Delle attività amministrative del prof. Prodi all’Iri, nel 1985, ha parlato l’anno scorso in un’aula del tribunale di Milano l’imprenditore Silvio Berlusconi, chiamato in causa nel processo Sme per le presunte tangenti che avrebbe fatto versare dall’avv. Previti ad alcuni magistrati romani quando non era ancora in politica. “Il prof. Prodi”, ha detto testualmente l’attuale presidente del Consiglio, “stava per svendere all’ing. Carlo De Benedetti, per 395 miliardi delle vecchie lire (di cui solo una minima parte in contanti), una azienda di Stato che ne valeva molti di più: la Sme, che raggruppava una serie di industrie alimentari di assoluto prestigio sia sul mercato italiano che su quello mondiale”.

 

“A quella svendita”, ha spiegato Berlusconi, “ci siamo opposti io e gli industriali Barilla e Ferrero, con una offerta superiore di parecchio a quella di De Benedetti; e grazie al nostro intervento, che ha indotto i giudici a bloccare l’operazione, lo Stato italiano avrà poi la possibilità  di vendere quelle aziende, valutate dal signor Prodi non più di 395 miliardi, per ben 2 mila miliardi”. Ed ha concluso, con un tono tra l’ironico e l’amaro: “Uno che fa guadagnare tanti soldi allo Stato merita, io credo, una medaglia d’oro; ed invece io sono qui, nell’aula di un tribunale, con l’accusa di aver fatto corrompere i magistrati che hanno impedito quella svendita insensata”. Hanno capito benissimo le ragioni dell’imprenditore Berlusconi, i giudici di Milano, ed il verdetto del tribunale è stato di piena assoluzione.  

 

 

 Del prof. Prodi presidente del Consiglio con le sinistre-Ulivo (due soli anni e mezzo di governo, dal maggio del 1996 all’ottobre del ‘98, quando fu “pugnalato” dal Bertinotti segretario di Rifondazione comunista e costretto a cedere la poltrona al comunista D’Alema), hanno parlato invece, nell’aula della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’affare Telekom Serbia, deputati di tutti i partiti, per l’acquisto di una quota della disastratissima televisione di Stato del dittatore jugoslavo Milosevic da parte della nostra Stet-Telecom, a quel tempo proprietà dello Stato italiano per il 61 per cento, per 887miliardi delle nostre vecchie lire.

 

Chi autorizzò quell’acquisto, inopportuno politicamente (visto che Milosevic era stato già bollato in tutta Europa come “dittatore sanguinario”) ed incredibilmente disastroso sotto il profilo economico?  Disastroso è l’aggettivo giusto, perché quella stessa quota di Telekom Serbia, supervalutata in maniera stolta e irresponsabile da chi l’ha acquistata, sarà poi rivenduta allo stesso governo di Belgrado (senza Milosevic) per poco più di 300 miliardi, e cioè un terzo della somma a suo tempo versata, con una perdita di circa 600 miliardi.

 

Penso a quello che sarebbe successo in una azienda privata (che so, in una delle tante aziende dell’imprenditore Silvio Berlusconi), se qualcuno degli amministratori avesse ideato e condotto in porto una operazione del genere: lo avrebbero cacciato a pedate, se non addirittura mandato in galera. Ed invece alla Stet-Telecom, aziende dello Stato per il 61 per cento, non accadde nulla. Come non accadde nulla nel governo delle sinistre-Ulivo che a quella operazione avrebbe dovuto dare, quanto meno, il proprio assenso.

 

“Non ne sapevamo nulla”, hanno dapprima risposto in coro  Romano Prodi (allora presidente del Consiglio), Lamberto Dini (ministro degli Esteri), Piero Fassino (sottosegretario agli Esteri). Poi hanno cambiato tono, quando sono venuti fuori ben 14 dispacci a suo tempo inviati al nostro ministero degli Esteri dall’ambasciatore italiano a Belgrado, il quale riteneva di dover richiamare l’attenzione delle autorità competenti non soltanto sulla “inopportunità e la pericolosità” dell’affare che si stava per concludere con il dittatore Milosevic, ma anche sulla “assoluta mancanza di convenienza economica”, viste le condizioni in cui si trovava ed operava la boccheggiante televisione di Stato serba.

 

Ha parlato, per tutti, l’ex sottosegretario agli Esteri ed oggi segretario dei Ds post-comunisti Fassino. “Sapevamo dei programmi di acquisto di nuove aziende da parte della Stet-Telecom”, ha spiegato, “ma sapevamo anche che non era né un diritto né un dovere del governo intervenire nell’affare, perché la sua conduzione  era e doveva restare di pertinenza esclusiva dell’azienda”. E credo sia la più grossa fandonia che un uomo politico (appartenente ad una categoria che, si sa, è abituata a raccontare balle) possa pronunciare.

 

         Se il presidente del Consiglio ed i suoi ministri e sottosegretari non si occupavano di un’azienda che era dello Stato per il 61 per cento, e consentivano ai dirigenti di sperperare in quel modo il denaro pubblico, senza alcun controllo da parte dell’azionista di riferimento (e mandando così in fumo anche i risparmi dei piccoli azionisti che avevano investito nella azienda di Stato), i casi sono due: o erano tutti negligenti, strafottenti, e dunque irresponsabili, gli uomini politici che governavano in quegli anni l’Italia, o erano degli inetti, assolutamente incapaci, e quindi da tenere lontani (per manifesta incapacità, appunto) dalla pubblica amministrazione.

 

“E’ mai pensabile”, ha scritto sul “Corriere della Sera” l’illustre politologo Ernesto Galli della Loggia, “che una azienda pubblica italiana potesse condurre in porto un simile acquisto, per una cifra così considerevole e soprattutto da un venditore di così dubbia reputazione come Milosevic, signore della guerra dei Balcani, senza una preliminare autorizzazione politica dal governo di centrosinistra dell’epoca?… Se si appurasse che le cose stavano effettivamente così, sarebbe di una gravità politica per lo meno pari (se non superiore) a quella rappresentata dalla consapevole decisione presa da qualcuno (magari in cambio di qualche tangente) di aiutare il regime criminale di Milosevic. I piani alti della politica dell’epoca, insomma, ospitavano degli inetti o una quinta colonna balcanica?…”.

 

E Gianpaolo Pansa su “L’Espresso”: “Quello che i giudici hanno sempre detto per le illegalità, vere o presunte, alla Fininvest, e cioè che Silvio Berlusconi da presidente non poteva non sapere, deve valere anche per il presidente del Consiglio prof. Prodi. Chi sta in cima a una piramide di potere, non può non conoscere che cosa va facendo chi gli sta sotto”. Giudizio pienamente condiviso da Ezio Mauro, direttore de “La Repubblica” (“Il governo non poteva non sapere”), Francesco Merlo su “Oggi” (“L’acquisto del 29 per cento di Telekom Serbia era un affare di Stato e non è credibile che gli uomini dello Stato non sapessero quel che faceva lo Stato”), Claudio Rinaldi su “L’Espresso” (“Non credo a tangenti che sarebbero state incassate da uomini di governo, ma debbo dire che l’acquisto di una quota di Telekom Serbia durante il governo Prodi fu un grave errore: finanziario, perché la Stet-Telecom Italia, nel 1977 ancora controllata dallo Stato, pagò un prezzo altissimo; politico, perché l’operazione fornì denaro fresco alla bieca tirannia di Slobodan Milosevic”).

 

Un pessimo affare per lo Stato, dunque, con la perdita di ben 600 miliardi delle vecchie lire. “Un disastro economico”, ha scritto il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Enzo Trantino (Alleanza nazionale) nella relazione di maggioranza. Ed ancora: “Macroscopica disapplicazione dei principi basilari di una sana e corretta amministrazione”, “La mala gestione presenta chiare e forti connotazioni politiche”, “I governanti di allora, dal presidente Prodi al ministro Lamberto Dini, al  sottosegretario Piero Fassino, sembra che fossero al governo di un altro Stato, non dell’Italia, quando questo inquietante affare si compiva”.

 

Come si sia conclusa (se si è conclusa) questa inquietante vicenda, nessuno è oggi in grado di dirlo. Penso che la istruttoria del caso sia ancora all’esame della Procura della Repubblica di Torino, ma non posso giurarlo. Certezze non ce ne sono. L’unico documento ufficiale di cui disponiamo è la lunga e articolata relazione di maggioranza della Commissione parlamentare d’inchiesta, firmata dal presidente Enzo Trantino. Quella di minoranza non c’è, non è stata mai scritta, perché i parlamentari delle sinistre-Ulivo abbandonarono i lavori (per protesta contro chi aveva ritenuto di poter discutere in commissione anche su presunti sospetti di tangenti) e non rientrarono più.

 

Sospetti di tangenti, bisogna dire, che il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta non ha ritenuto di dover  prendere in  considerazione nella sua relazione. “E’ compito dei giudici indagare su eventuali responsabilità penali, se ritengono o hanno il sospetto che ci siano state tangenti o connivenze”, ha tenuto a precisare Trantino in una conferenza stampa. “Il nostro compito era limitato all’accertamento di quello che avrebbero dovuto fare e non hanno fatto i nostri governanti per impedire che fosse portata a termine una operazione così disastrosa per le casse dello Stato e per le tasche dei cittadini. E su questo abbiamo spiegato ogni cosa, come era nostro dovere: al Parlamento ed ai cittadini”.

 

Dice Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia. “Non mi pare che il prof. Romano Prodi, come pubblico amministratore, abbia dato prova di grande oculatezza e saggezza amministrativa. Come presidente dell’Iri è stato bloccato dai giudici nel momento in cui si accingeva a svendere per 395 miliardi delle vecchie lire (da pagare per giunta a rate) aziende che lo Stato avrebbe poi venduto per 2 mila miliardi di lire; e come presidente del Consiglio ha consentito ad una azienda dello Stato di acquistare per quasi 900 miliardi di lire la quota di una disastratissima Telekom Serbia che è stata poi rivenduta per 300. La regola del buon amministratore, nelle aziende private come in quelle pubbliche, è comprare al minimo e vendere al massimo; ma il professore, abituato a trattare sempre e soltanto con il denaro pubblico, ha fatto esattamente il contrario”.

 

E conclude: ”Si capisce proprio scorrendo le cronache di atti così sconcertanti di ordinaria disamministrazione, con lo sperpero del denaro pubblico che era connaturale ad un certo modo di far politica, come l’Italia si sia venuta a trovare nelle difficilissime condizioni che tutti abbiamo conosciuto e conosciamo, con gli italiani costretti per decenni a pagare le tasse più alte e immorali d’Europa ed il governo a fare i conti con un debito pubblico tra i più alti del mondo. Queste cose devono spiegare agli elettori, Prodi e compagni. Con parole chiare, non con i soliti discorsi fumosi intrisi di falsità, dietro i quali (è doveroso ricordarlo agli italiani) si nasconde spesso il duplice maldestro tentativo di far dimenticare verità scomode e di ricostruire credibilità irrimediabilmente perdute”.
      

Gaetano Saglimbeni 




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15 luglio 2006


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Il governo Prodi
 che delusione...
Autore: fabrizio scanzio (---.pool8252.interbusiness.it)
Data:   18-05-06 18:03

Certo che questo governo è una bella delusione... dopo cinque anni di critiche sferzanti al centro-destra, ho vergogna a uscire di casa. Venticinque ministri, uno in più del precedente, oltre al tanto sbeffeggiato "Ministero per l'attuazione del programma"... Se era ridicolo quando lo ha voluto Berlusconi, perché dovrebbe andare bene adesso? E poi ministeri spezzettati in due o tre tronconi, tanto per dimostrare che le poltrone non bastano mai, neanche a sinistra... (con buona pace della Bassanini...) Mentre viene soppresso quello per gli "Italiani all'estero"... Magari di dubbia utilità, ma non è grazie al loro voto che siete lì ? Ciliegina finale: Mastella alla giustizia... bravissima persona, senz'altro, un po' guagliona, quindi meglio accontentarlo, ma le competenze settoriali qui forse non stonavano... In compenso si fa fuori Violante, che di costituzione e Giustizia un po' se ne intendeva... Non parliamo poi della Istruzione e dell'Università... I titoli di Mussi quali sono ? La laurea in Filosofia? Quanto a Fioroni, pare abbia il benestare del Vaticano... Benissimo! Delle due l'una: o Prodi non è quello che i quattro milioni di votanti delle primarie pensavano, o non ha il potere di decidere quasi niente...




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15 luglio 2006


                         COME VOTANO OGGI GLI ITALIANI

Secondo voi qual'e il modo più civile di manifestare?
Tra questi due schieramenti,voi da quale vi fareste rappresentare?



                                                          ALLA CAMERA

CDL :
18.976.460 49,739 % 277

UNIONE:
19.001.684 49,805 % 340

                                                             AL SENATO

CDL :
            17.153.256       50,212 %     153  

UNIONE :
16.725.077 48,958 % 148

POI L' UNIONE VINCERA' ANCHE AL SENATO PER I SEGGI ESTERI.

AUGURI A TUTTI GLI ITALIANI AVETE DECISO DI FARVI RAPPRESENTARE DALLA PARTE DELLE PERSONE CHE SONO IN BASSO NELLA FOTO.

AUGURI E CHE QUESTO GOVERNO DURI IL MENO POSSIBILE.




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8 aprile 2006




Rutelli guarda la moglie che si sta mettendo il reggiseno e le dice: "Ma cosa lo indossi a fare che non hai nulla da metterci dentro!!!???!!!!" e lei risponde: "Ma allora perché tu usi le mutande?"

----------------------------------------------------------------------------------

Un bambino va dal padre e dice: Papà cos' è la politica? Il padre ci pensa e poi dice: Guarda te lo spiego con un esempio: io che lavoro e porto a casa i soldi sono il capitalista, tua madre che li amministra è il governo, la donna delle pulizie è la classe operaia, tu che ormai hai qualche voce in capitolo sei il popolo, tua sorella che è appena nata è il futuro.Il bambino va a dormire, ma alle due di notte la sorella comincia a piangere; il bambino va a cercare qualcuno.Va dal padre ma non lo trova, va dalla madre la quale lo manda via perché ha sonno, va dalla donna delle pulizie e la trova a letto col padre e allora torna dalla sorella e le dice: Guarda ho propio capito cos' è la politica: i capitalisti fottono la classe operaia, il governo dorme, il popolo non lo ascolta nessuno e il futuro stà nella merda.


-------------------------------------------------------------------------------


In un paese dell'est, il primo ministro decide di fare un inchiesta personale per sapere che cosa la gente pensa di lui.Si traveste dunque da operaio, fa fermare il suo autista cinquecento metri prima, entra in un cinema e si siede.Sullo schermo viene proiettato un cortometraggio di attualità ed il primo ministro vede sè stesso mentre spiega al popolo perché è necessario fare sacrifici, affinché il mondo socialista diventi ancora migliore.Tutti applaudono.Solo lui resta impassibile, mentre si gode in silenzio il suo trionfo.E il vicino: Batti le mani anche tu, cretino! Vuoi proprio farci arrestare tutti quanti?


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8 aprile 2006


TRATTO DA LE MEMORIE DI UN INTERISTA

Caro babbo natale porta tanti doni a chi sta male manda in pensione pippo baudo e in galera moggi e giraudo. Rendici tutti meno tristi, fai vincere anche noi interisti. Se proprio non puoi farlo,in tutti i modi l'importante è che non ci ripresenti Prodi.




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8 aprile 2006


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due elettori dell'Unione sono fermi in un bosco vicino Arcore... il primo fa al secondo:
- Io ti dico che quest'albero qui è maschio e quello laggiù è femmina...
E l'altro:
- Noooo!! Ti dico che questo è femmina e l'altro è maschio...
Questa disputa va avanti per parecchi minuti finché non passa lì vicino Berlusconi che sta facendo una passeggiata nel bosco. Uno dei due comunisti lo ferma e gli fa:
- Secondo lei... tra quest'albero e quello laggiù... qual è il maschio e quale la femmina?
- Sicuramente il maschio è questo qui vicino a voi!
- E lei come fa a saperlo?
- Semplice... perché c'ha sotto due coglioni così!


- Lo sapete perché gli elettori dell'Unione non possono usare il Viagra?
- NO!
- Perché il Viagra serve per il CAZZO non per i COGLIONI...


- Qual è la differenza tra Prodi e San Francesco?
- San Francesco parlava agli uccelli, Prodi parla ai coglioni.


- Come si chiama il breve lembo di carne che separa la figa dal buco del culo?
- Si chiama Festa dell'Unità!
- Perché?
- Perché è proprio il posto dove ballano i coglioni...


- Qual è la differenza tra un cavallo ed una BMW con due elettori dell'Unione dentro?
- Il cavallo ha i coglioni all'esterno.


Un ovaia chiede all'altra:
- Ma tu hai ordinato dei mobili?
- Io no, perché?
- Perché ci sono due coglioni che stanno portando un organo avanti e indietro da un'ora!


ULTIME NOTIZIE:
Vittoria matematica dell'Unione alle elezioni. I coglioni sono statisticamente il doppio delle teste di cazzo.




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